L'Aquila, 28 lug. (Adnkronos Salute) - "La crisi del sistema della sanità abruzzese è aggravata da alcune concomitanze negative: significativa spesa sanitaria, grande estensione territoriale e popolazione relativamente scarsa". Il presidente della Regione e commissario per la sanità, Gianni Chiodi, ha iniziato così ieri il suo intervento in una seduta straordinaria del Consiglio regionale all'Aquila per presentare il programma operativo 2010 in materia di sanità.
"Questo triangolo delle Bermuda - ha proseguito - ha fatto sì che una regione di circa 1,3 milioni di abitanti avesse ben 6 Asl, un altissimo numero di distretti sanitari, 35 ospedali, che gli esperti ritengono decisamente troppi e troppo costosi, spesso a poca distanza e cloni gli uni degli altri. Ospedali con un basso tasso di occupazione dei posti letto, peraltro raggiunto con ricoveri inappropriati, con interventi di bassa complessità, con una casistica assai limitata che si traduce ineluttabilmente in una minore garanzia per il paziente. Inoltre - ha aggiunto il presidente - molte cliniche private convenzionate che non di rado fanno le stesse cose degli ospedali pubblici. Risultato: la sanità ha assorbito in Abruzzo tra l'80% e l'85% delle finanze pubbliche, di cui la gran parte se ne va per gli ospedali". Da qui "un deficit sanitario spaventoso e Regione commissariata dal Governo nazionale . E mano a mano che le risorse diminuivano, tutti gli ospedali abruzzesi hanno intrapreso una lenta decadenza", ha ricordato Chiodi.
"Eppure, sebbene tutti gli ospedali si lamentino per la carenza di personale per l'erogazione dei servizi, la nostra regione sembra avere un numero di personale sanitario, in proporzione, addirittura maggiore delle regioni dove la sanità funziona meglio della nostra", ha aggiunto il presidente.
"Come si è arrivati a una tale situazione di crisi?", si chiede il presidente abruzzese. "La linea che dovrebbe separare colpevoli e innocenti è molto labile, anzi evanescente - ha precisato in Chiodi in Consiglio - In realtà i termini del problema sono noti da tempo, e anche le soluzioni: attuare riforme strutturali; ridurre le spese, soprattutto quelle correnti, per diminuire il deficit; tagliare i rami secchi, le Asl, i distretti sanitari, il personale amministrativo in esubero; riorganizzare e aumentare il controllo sulle cliniche private convenzionate; eliminare gli ospedali duplicati", ha elencato.
"Occorrerebbe puntare non su grosse e costose strutture generaliste inserite in piccoli bacini di utenza, ma su ospedali grandi; ma non in termini di posti letto - ha puntualizzato - bensì grandi in termini di qualità, con apparecchiature diagnostiche di prima qualità e con professionalità eccelse; passare dalla ospedalizzazione di massa alla prevenzione, all'assistenza domiciliare; creare presidi sanitari per i disabili e gli anziani; sviluppare la Rsa che costa la metà di un ricovero ospedaliero. Scelte difficili, impopolari: vuol dire andare a toccare non solo i privilegi dei potenti, ma anche i soliti campanilismi dell'ospedale sotto casa per tutti. Medici e politici sono pronti a far credere che in caso di malore grave l'importante per il paziente sia arrivare all'ospedaletto sotto casa, mentre il buon senso suggerirebbe di impiegare quel tempo per essere trasportato in un ospedale dotato delle moderne tecnologie e in grado di affrontare qualunque emergenza", ha proseguito Chiodi.
"In questi giorni ho sentito e letto critiche infondate e soprattutto irresponsabili. Tra le tante, quella di voler riconvertire gli ospedali di Pescina, Tagliacozzo, Guardiagrele, Casoli e Gissi Questi ospedali non verranno chiusi, ma riconvertiti in presidi territoriali h24, con specialistica ambulatoriale, esami clinici, esami del sangue, diagnostica. Si tratta di investimenti sulla medicina territoriale. Ma non possono restare ospedale per acuti, ciò è impossibile, antieconomico e, soprattutto, non assicurano il paziente rispetto a eventuali complicazioni", ha concluso il presidente.